L’Italia continua a distinguersi per qualità della ricerca, capacità manifatturiera e competenze tecnico-scientifiche. Tuttavia, tra laboratori, università e imprese permane un divario che rischia di rallentare la competitività del Paese: la trasformazione digitale delle piccole e medie imprese procede ancora a velocità ridotta.
Le PMI rappresentano il cuore dell’economia italiana, generando oltre il 40% del fatturato nazionale e occupando una quota analoga della forza lavoro privata. Eppure, proprio questo segmento produttivo mostra difficoltà nell’adottare tecnologie innovative e nel trasformare la ricerca in vantaggio competitivo. Secondo i dati dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano, il 47% delle imprese non ha svolto attività di ricerca e sviluppo negli ultimi tre anni e soltanto una minoranza investe in modo strutturato nell’innovazione.
Il ritardo emerge con particolare evidenza sul fronte dell’intelligenza artificiale. Nonostante la crescente diffusione di strumenti basati su AI a livello globale, il 76% delle PMI italiane non ha investito e non prevede investimenti nel settore, mentre appena il 7% ha attivato programmi strutturati di formazione per il personale.
La situazione appare ancora più paradossale se si considera che l’Italia dispone di un ecosistema della ricerca di alto livello, supportato da università, competence center, poli tecnologici e programmi pubblici di sostegno alla digitalizzazione. Negli ultimi anni il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha destinato ingenti risorse alla transizione digitale, con l’obiettivo di rafforzare infrastrutture, competenze e innovazione.
A frenare molte aziende non sono soltanto i costi degli investimenti, ma anche la carenza di competenze digitali, la difficoltà nel reperire personale qualificato e una cultura manageriale spesso ancora orientata al breve termine. Molte imprese continuano a considerare il digitale come un costo operativo anziché come una leva strategica per aumentare produttività, efficienza e capacità di esportazione.
Sul fronte delle collaborazioni, i dati evidenziano un ulteriore elemento critico: solo una parte limitata delle PMI sviluppa partnership con università, centri di ricerca o altre imprese per attività di innovazione. Questo limita il trasferimento tecnologico e la capacità di trasformare la ricerca scientifica in nuovi prodotti, servizi e modelli di business.
Non mancano però segnali incoraggianti. Oltre la metà delle PMI ha incrementato la spesa digitale nell’ultimo anno e gli investimenti in cloud computing risultano in crescita, segno che molte aziende stanno iniziando a costruire le basi tecnologiche necessarie per affrontare la competizione internazionale.
La sfida dei prossimi anni sarà trasformare queste prime iniziative in un percorso strutturato di innovazione. Perché in un’economia sempre più guidata da dati, automazione e intelligenza artificiale, il rischio non è soltanto perdere terreno rispetto ai concorrenti esteri, ma anche non riuscire a valorizzare appieno l’eccellenza della ricerca italiana.
La competitività del sistema Paese dipenderà sempre più dalla capacità di collegare ricerca, capitale umano e trasformazione digitale. Un passaggio decisivo per evitare che il patrimonio di conoscenze prodotto dall’Italia resti confinato nei laboratori invece di tradursi in crescita economica e sviluppo industriale.















